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“Una questione nuova, non apocalittica”. Questa era la frase ricorrente ascoltata in una trasmissione televisiva. Famiglie che consumano risparmi accumulati da una vita; genitori che mantengono in ogni modo i figli; posti di lavoro persi per sempre; precarietà alle stelle. Gesti simbolici che funzionano con modalità nuove rispetto ai classici scioperi. Questione nuova, mica tanto. Quante risorse sono state spostate dai salari ai profitti e alle rendite? Quanti accordi al ribasso sono stati firmati perché han continuato a dire che “di più non era possibile ottenere, dati i tempi”? Ma questi tempi, da quanto durano? Compromessi. Soluzioni al ribasso. Precarietà. Flessibilità. Fine della storia. Fine del comunismo. Fine del liberismo lo sosterrà mai qualcuno? Però, intanto, questa “nuova situazione” la si poteva immaginare. Ancora ieri, per tutta la giornata, ad Ivrea, in molti rischiavano e rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Rischio per l’Alcoa, rischio per la Fiat-Alfa Romeo (“trasferimento dei lavoratori a Torino”). Penso allo stabilimento SKF di Torino, che chiude.  Penso ai lavoratori di Ivrea, gli ultimi residui di quello che era la Olivetti. Lavoratori. Invisibili. Penso a tutte quelle compagne e compagni conosciuti durante le manifestazioni, per rivendicare un diritto. Resistere. Per esistere. Penso alle preoccupazioni di Barbara e compagni. Penso ai sette milioni di operai. Che esistono.  Nel disinteresse di molti. Penso al 1969, alle conquiste. Ai diritti. Potrei continuare. Solidarietà per tutti.  Anche ai precari, della scuola, del pubblico impiego. Gesti forti. Saliamo sui tetti, per diventare visibili.  Solidarietà per tutti quelli che si trovano “nella situazione nuova”.  Non apocalittica. Però, la povertà è questione antica. Lo sfruttamento anche. Richiesta di giustizia, di eguaglianza. Da gridare. Con forza. Da ottenere. Ad ogni costo. Come coloro che pongono domande sui concorsi: perché qualcuno deve essere immesso in corsie preferenziali? E la regione, come ha intenzione di comportarsi a tale proposito? Fortunatamente l’amico Juri Bossuto mi rassicura che i funzionari dei gruppi hanno chiesto un concorso aperto a tutti, molto diverso da cinque anni fa. Quando Mario Contu ne fece una battaglia solitaria.

Forte si alza la voglia di lottare contro le ingiustizie di questa Italia con i suoi politicanti in Parlamento divenuti fenomeni da baraccone,  figli della mediocrità e del perverso legame apparire-essere oltre che responsabili di tante ingiustizie. Le conquiste di tante lotte le hanno affossate e hanno costretto la classe lavoratrice in un angolo sempre più buio. Bisogna, ed è urgente quanto necessario: tornare ad essere figli della stessa rabbia.

Forte il pugno che colpirà in ogni paese in ogni città

Chi cammina sopra ai corpi violenta le culture cancella i ricordi

Forte il braccio che alzerà la bandiera rossa della libertà

Come chi combatte sui monti con le scarpe rotte quando fischia il vento

Come augusto Cesar Sandino Josè Martì y Camilo Torres

Come chi combatte col cuore la causa dei poveri contro l’oppressore

Come Steven Biko, Hochimin la comandante Clelia, Samora Machel come el Che, Farabundo Martì

figli della stessa rabbia

Come i Sioux e i Cheyenne, Tupac Amaru e Simon Bolivàr Come el Che, Farabundo Martì

figli della stessa rabbia

“Ridateci Porta Susa”. Torino Porta Susa, sotterranea, binario 4. Così si poteva leggere su di un foglio  lungo le pareti della nuova stazione torinese, fiore all’occhiello per molti. Per altri, no.: per tutti i pendolari che fanno fatica a raggiungere le scale e quindi l’uscita. Avete mai visto quando arrivano due treni cosa succede lungo le rampe? Ma chi ha progettato una cosa del genere? per tutti coloro che arrivano e per quelli che partono. In ritardo. Come oggi, come ieri, come da troppo tempo. Ancora una volta sono stato raggiunto al telefono da  conoscenti che mi  forniscono indicazioni utili per descrivere quanto e quali disagi devono subire, in ordine di tempo, e di denaro: lavoratori,  studenti. Ore 11.38. Il treno per Chivasso-Ivrea-Aosta è presente, sul binario. Ma, partirà, in ritardo. Come altri treni. Arriverà, a destinazione in ritardo. Circa 45 minuti a Chivasso. Ritardo che si traduce in un’ennesima decurtazione economica. Per altri, in richiami. “Il nuovo orario taglia troppi treni”, segnalava La Stampa. Quasi un presagio di quanto sarebbe successo più tardi. Tagli, tagli, tagli. Tagli nella scuola pubblica: personale, fondi, corsi. L’istruzione che viene catapultata “nel mercato”: master, scuole di specializzazione. “Ridateci la vecchia scuola pubblica”. “Ridateci la vecchia Università senza crediti”. Questo vorrei scrivere, su cartelli da apporre presso le scuole, presso le Università. Ridateci il sapere.  Ma vi ricordate quante poche persone potevano permettersi la scuola? E chi la forniva? E come è diventata pubblica? Non certo per paternalismo. Ridateci l’acqua! Ridateci il lavoro, quello vero, a tempo indeterminato. Ridateci le sicurezze. Ridateci i sogni che volete rubare. Ridateci il futuro. Ancora una volta. Ridateci!!! Ma non ci avrete! Avete pensato per troppo tempo, per troppi anni a far felice il capitale, a far compromessi, a sottoscrivere accordi, al ribasso, come alcuni sindacati. Basta. così non va. Ridateci, anche se non è sufficiente. Perché prima, molti dovrebbero SVEGLIARSI!!! Fra poco, anche andare a lavorare utilizzando un treno, sarà un lusso! SVEGLIA!

Lunedì. Ore 7.30. Giornali in mano: Liberazione, La Stampa, la Repubblica. Mentre raggiungo velocemente la nuovissima stazione di Porta Susa, sotterranea, gli occhi si fissano sulla prima pagina del giornale torinese. “L’alta velocità salta Porta Susa“. Con disappunto del nostro sindaco. Sai che guaio. Tanti soldi spesi…..Invece quando si è deciso di demolire lo stadio Delle Alpi, costruito con i soldi pubblici…..Mentre penso cio’, alcuni compagni diretti ad Ivrea (con il treno delle 6.34) per questioni di lavoro, mi ragguagliano sull’ennesimo guaio al treno: “ritardo di mezz’ora, con sosta a Chivasso”; un guaio al locomotore? si poteva conoscere il cattivo funzionamento già dalla sera prima? Chi lo sa. In ogni caso, non è un freccia rossa e i viaggiatori di quella linea sono “soltanto” lavoratori, operai, precari: gente da meno di mille euro al mese e dintorni di mille. Non sono soggetti certamente rilevanti per certi politici anche se i loro voti al momento opportuno fan sempre gola. Viceversa, se il treno “non dovesse fermare a Porta Susa, i grandi punteranno i piedi”; e lo aspetteranno comunque. Se il treno ritarda a Chivasso e si arriva al lavoro con mezz’ora di ritardo, nessun “grande” si lamenterà. Pazienza. Pagheranno di tasca loro i soliti noti. Ilavoratori e gli studenti che subiscono quel ritardo. Una giornata, quella di lunedì, cominciata male. Peccato, perchè c’era dell’entusiasmo. Liberazione ci informava sugli studenti in piazza, con lo sciopero dell’11 dicembre, le richieste della Flc Cgil riguardanti il ritiro dei tagli agli organici previsti dalla legge 133. Buone notizie, soprattutto per noi, precari. Ma, qualcuno del governo non aveva svolto un tema “elogio del posto fisso”? Si, un tema scritto nell’aria. Qualcuno continua a scrivere delle favole. Molti vogliono sentiresele raccontare. Ricordo che i diritti sono frutto di lotte. Non sono favole. Un altro titolo di Liberazione ci rammenta della lotta di alcuni lavoratori. Come la vertenza Eutelia con gli operai in corteo a Roma. Lottano. Per sopravvivere. Polticamente segnalo “l’apertura del blog” del compagno Claudio Grassi. Sarà come vederlo in federazione tutti i giorni. La lettura del blog mi obbligherà a mettere nell’azione politica gli insegnamenti di due persone che partecipavano molto alle riunioni di area: Mario Contu, e Carla Perasso. Una buona iniziativa. Condivido la scelta e l’intuizione.

treno-vergogna-3Ore 6.28. Stazione di Torino Porta Susa. Sotterranea. Modifico l’ orario di partenza per recarmi al lavoro. Appena si manifesta il “materiale” (chiamarlo treno, mi è davvero impronunciabile), la vergogna che provo è davvero forte. Una “littorina”, diesel, di quelle che venivano usate trenta anni fa, per collegare paesini sperduti; collegamenti considerati “rami secchi” e quindi tagliati dalle ferrovie. Perché ora, una cosa si tiene solo se è redditizia, non se è utile. E cosa non si è tagliato negli ultimi 25 in Italia? Grazie alle  mediazioni e ai compromessi. Col capitale. Calearo con Boccuzzi? Partito interclassista? No, grazie. Una littorina, strapiena, con tutti i posti a sedere esauriti, e anche quelli in piedi. Che contrasto. Con la bellezza di una stazione, nuova, pronta ad accogliere le Frecce Rosse. Che contrasto. Signor Presidente, peccato fosse sulla Freccia Rossa, oggi. Avrebbe dovuto essere su quella littorina. Piena di lavoratori.  Dipendenti. Penalizzati, sempre! Per loro, mai niente. Per gli autonomi, qualcosa. Littorina. Piena di immigrati. Discriminati, ma buoni per i padroni per le loro braccia. Un tema che mi porta a riflettere su quanto pare stia accadendo in questi giorni. Processi brevi? Ancora una volta in discussione l’articolo 3 della costituzione? A pochi giorni da una sentenza. Ho provato a chiedere spiegazioni al capotreno, sul perchè quel vagone solitario. “Non vi era materiale,” “altro in riparazione”. La mia corsa termina a Chivasso, con 5 minuti di ritardo. Treni in ritardo. Treni in miniatura. Treni sporchi. Mancanza di rispetto per gente che li utilizza per recarsi al lavoro e  non  in gita o alle castagnate da oratorio. Penso che da domani indossero’ una maschera, bianca, come gli invisibili di Eutelia di Ivrea, da mesi senza soldi. Perchè noi pendolari, noi lavoratori, noi dipendenti, non esistiamo. Questi signori continuano a premiare il mercato. Io non ci sto. E’ un discorso vecchio vedersi garantito il rispetto, la dignità, la tutela, il mantenimento di certe garanzie, dello stato sociale? E discorsi nuovi quali sarebbero? La legge del più forte? Di chi ha denaro per comprarsi anche le prestazioni mediche? L’istruzione? Penso che dovremmo comperare tutti un passamontagna e cominciare a salire sui tetti. Signori, non ci avrete. Uno slogan inflazionato, ma sempre attuale: “Resistere per esistere”.

Ciao, Carla. Hai lasciato un vuoto incolmabile. Ho pensato di “caricare” una canzone che a te piaceva tantissimo. Ho incontrato alcuni compagni, che parlano di te al presente. Ho sentito e visto l’amico Juri Bossuto: continua, infaticabile l’attività politica. Tra mille attività e incontri, non dimentica mai le radici.  Conservo il pezzo di giornale che annunciava la scomparsa del compagno Mario Contu, “un comunista scomodo e contro ogni ingiustizia”. “Anche io, lo penso”, mi confida Juri, e “oriento il mio agire politico con la stessa convinzione di Mario”. Ora , sono convinto, penserà anche a te. Il partito non è cambiato. Siamo noi, a volte, che non vogliamo essere abbastanza scomodi. Come era Mario; come sei tu. Come è Juri. Come vorrei essere io.

Ciao Carla, ciao bella, ciao!

Viva il Comunismo e la Libertà

Il muro e noi

Il 9 novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.

Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.

Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.

In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.

Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

8 novembre 2009

editoriale da Liberazione di domenica 8 e lunedì 9 novembre 2009

Stazione Porta Susa, sotterranea. Ore 7.35. Attesa. “Che stazione mirabolante”, afferma qualcuno; peccato per i treni…pensa qualcun altro; trovo molto pericoloso questo lungo tunnel artificiale pensa qualcun’altro. E tra un dire ed un pensare, il piccolo tabellone luminoso illustra ai viaggiatori del sabato mattina che il treno diretto ad Aosta, subirà un ritardo di 30 minuti. Poi, diventati 20, e poi, ritornati nuovamente 30. Motivi? Misteriosi. Ad Ivrea, i minuti di ritardo ritardo-torino-ivrea-1risultano essere 45. E’ ritardo per Trenitalia? Oppure Ivrea è una stazione intermedia e quindi….Comincerò il lavoro letteralmente in ritardo. Ho dovuto telefonare, sul posto di lavoro (non è la prima volta!!). Abitudine. Il ritorno? cinque minuti di ritardo. Il pendolare, la gente comune, continua ad essere penalizzata. Agli occhi della gente, il fumo: TAV, Ponte sullo Stretto, CASE ai terremotati (quante migliaia nelle tende o sono ancora ospitate presso alberghi lungo le coste e che non ci mostrano nelle prime serate di Porta a Porta dello strapagato giornalista di regime?). A proposito di calamità: un ricordo va a quel lontano 1994 quando l’alluvione causò distruzione in molte zone del Piemonte.  Crisi terminata, continua ad affermare qualcuno (ma i posti di lavoro persi si recuperano? o sono persi per sempre?). Le sacche di disperazione esistono in tanta gente che non appare; tant’altra gente riempie i supermercati, tanti però vivono il disagio della crisi in silenzio e la paura del non farcela più a reggere il peso delle scadenze monetarie mensili, mutui, malattie e costi per i sanguisughe di psichiatri, dentisti e specialisti vari dilaga; professionisti, veri e propri macchine da soldi in assenza di una seria sanità pubblica! Non si trovano amici quando le banche potrebbero fregarti la casa perché non riesci a reggere il ritmo di pagamento del mutuo. Questo capitalismo con i suoi tentacoli, con le sue regole ed i suoi ritmi iniqui ed insostenibili è in contrasto forte con la vita a misura d’uomo. …vorrei continuare, per fortuna mi è arrivato un messaggio: “Un abbraccio nel giorno della rivoluzione d’ottobre”.

Mercoledì 4 novembre ci ha lasciati la compagna Romana Perazzi, nata a Torino il 2 febbraio 1931; compagna iscritta al Pci sin dal primo dopoguerra. La passione per la storia, quella con la s minuscola, scritta da gente comune, mi ha portato ad compagna-carlaapprezzare la figura e le qualità di Romana, conosciuta da noi tutti come Carla. Militante di Rifondazione, insieme al suo compagno Roberto (in alto a sinistra nel banner del blog), entrambi, hanno sempre messo a disposizione ogni loro respiro per il bene del partito e, di ciascuno di noi. Il telefono, ora, non squillerà più, nelle nostre case, per ricordarci un appuntamento, un volantinaggio, un direttivo di circolo, un federale, un intervento di Grassi o Burgio, un seminario di una mozione, Essere Comunisti, “quella di Mario Contu“, e ancora, uno sciopero, un primo maggio. L’ultima volta che l’ho incontrata, a febbraio scorso, al termine di una manifestazione, era stanca, sofferente; era insieme al compagno, Roberto. Carla era affaticata, ma anche preoccupata, per lo stato del partito, per i problemi economici di tanti militanti. Mi raccomando, mi disse: “Abbiamo “dato una vita”, per questa bandiera, per questo partito. Tieni duro, tu che sei giovane”. Mi avete accolto nel vostro circolo, la vostra casa; in federazione, la vostra casa per noi. Venivo da una storia sentimentale consumata, ascoltare te, Roberto e gli altri compagni durante le riunioni, non è stato facile. Ma era bello quando mi “davate la parola per un intervento”:  era la vostra fiducia. Mi avete ridato autostima. Da questa settimana, al circolo Lenin ci sarà una sedia vuota, la tua compagna Carla. Ma vi saranno anche tanti cuori pieni di gioia pensando ai tuoi occhi belli, incontrati mille volte, in cento piazze di Torino.

Grazie compagna Carla. Di cuore. Rosso. Come lo è stato il tuo.

Romano Borrelli

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