Mentre a Roma, Montecitorio, pare siano già arrivati nuovi strumenti capaci di “eliminare” la figura del pianista e quindi una “certezza” sul numero dei presenti, e, come descritto in un precedente articolo, a Piazza San Giovanni, entreranno in funzione, anche per il 4 di aprile i famosi “tornelli conta persone”, ieri a Torino, qualcuno dava come presenti “Ventimila in piazza: Salvate la scuola”. La descrizione degli striscioni e degli slogan più in voga, è già stata fatta; dei colleghi, come detto, non mi sono curato, né tanto meno posso dire di sentirmi pienamente soddisfatto della percentuale presente alla manifestazione. Chi dovrebbe salvare la scuola? Penso, tutti noi. Come avremmo dovuto farlo? Con tutti gli strumenti necessari, disponibili, legittimi. Più informazione, più partecipazione. Proviamo a fare due conti: togliamo i “ragazzi dell’onda”; togliamo i “pensionati”, togliamo “i militanti senza cappello”, quanti hanno rinunciato a trentacinque euro o sessanta euro? Erano in tanti? Se si, perché non erano in piazza. Forse, la tristezza prende a volte il sopravvento, perché ne avrei voluta molta di più, di gente in piazza. Forse perché scioperare non è uno slogan, ma dietro e dentro si cela qualcosa di importante che ci sta accadendo, e che subiamo, in maniera passiva. Io non ci sto. Intanto, perché lo sciopero è stato spiegato; forse, coloro che non c’erano ieri, dovrebbero sapere a che cosa si va incontro; l’accordo separato, vorrà significare qualcosa, o no? I progetti che mirano all’esclusione del diritto di sciopero, vorrà dire qualcosa, o no? Le ronde, vorranno significare qualcosa, o no? I medici che dovrebbero “denunciare” gli immigrati, vorrà dire qualcosa, o no? Le cariche a Pomigliano e ieri, all’Univeristà La Sapienza, vorranno dire qualcosa, o no? Continuiamo? O, forse non è ora di dire basta: “Cosa sono trentacinque euro, o sessanta” rispetto a quanto si sta rischiando di perdere? Io ho voglia di rilanciare: dopo la giornata di sciopero voglio bruciare un giorno di ferie per stare al fianco, con, insieme, agli operai della Indesit che domani arriveranno in pulmann a Torino per lo sciopero nazionale del gruppo, dove domani, alle nove, da Via Fanti, sede dell’Unione Industriale, sfilerà fino a Piazza Castello. Non è ora di mettere avanti a tutto, avanti a noi stessi, non sempre e soltanto il nostro “Io”, ma il movimento operaio, o se non ci piace questa accezione, il nostro futuro?
E’ possibile che per molti che dovrebbero dare il loro esempio sia “sempre sabato”? Facciamo il “nostro pezzettino”, dice il mio amico Segretario Regionale di Rifondazione Comunista, Armando Petrini. “Io faccio il mio pezzettino”, lo sto facendo, grazie all’aiuto di alcuni compagni, e non chiediamo niente, a nessuno. Abbiamo deciso di mettere avanti il movimento operaio, e andare avanti, riprendere lo stile che forse si è smarrito per la strada, in questi ultimi anni. La società non è mutata per come vogliono darla ad intendere; la sinistra forse è variegata, ma perché? Domani, GLI OPERAI VI VOGLIONO, INSIEME. Torniamo da loro, e con loro, perchè loro, davvero, fanno tutto meglio. Ieri sono stato alla presentazione di un libro, di Gianfranco Viesti, “Mezzogiorno a tradimento”, Edizioni Laterza. In una pagina, qualcosa mi ha particolarmente colpito, il racconto, di un Paese, il nostro, che a causa di novità si trova smarrito e nonostante preoccupazioni e paure ha voglia di fare, di mettersi in gioco; io direi, di ritornare alle cose essenziali, di rimettere al centro le cose che contano, le persone, il movimento operaio, i lavoratori, i disoccupati: tutti coloro che non vogliono giocare “al Monopoli”, e che veramente, non sono stati invitati. “Un paese, che appare impaurito e preoccupato, ma anche sfiduciato; nel quale la politica sembra aver perso la sua capacità di indicare una direzione credibile, concreta, praticabile: la prospettiva di un paese migliore, in cui tutti vivano meglio, da costruire. (io direi, “ricostruire”). Un paese nel quale i cittadini sembrano chiedere alla politica più la soluzione dei propri concreti problemi che una visione comune del futuro. Nelle elezioni del 2008, svanite le ideologie e perso interesse per i programmi, gli italiani si sono nuovamente affidati ad un uomo che promette daccapo di produrre grandi risultati, per quanto ne abbia prodotti bene pochi nei cinque anni in cui ha governato avendo una larga maggioranza, e ad un partito territoriale: la Lega nord, che pone esplicitamente l’interesse particolare davanti all’interesse generale, il bene della propria città, del proprio territorio, davanti a quello del paese intero. Mentre il centrosinistra, dopo un’esperienza infelice di governo, sembra aver smarrito non solo la presa sugli elettori (il che in democrazia può accadere), ma anche i valori e i principi di riferimento”. Qualche giorno prima, l’amico Domenico Capano anticipava questi argomenti. Ritroviamo i valori smarriti. Domani, tutti con loro, con gli operai Indesit. Dopodomani, con altri ancora.
“La classe operaia lo fa meglio”.
19 marzo 2009 di Romano Borrelli







Ciao Romano,
grazie per la citazione, e complimenti per gli scritti che riesci ad inserire nel Blog, nonostante la fatica del tuo lavoro quotidiano.
Sappi, e lo sai perché ne abbiamo parlato, come la penso io. Per me tu rappresenti un esempio di coerenza e valori, dimostrati, che sono stati dimenticati dalla sinistra comunista. In te è palese, per chi ti conosce, che si coniugano le caratteristiche che servono oggi ai comunisti per recuperare il terreno perso a livello elettorale.
Abbiamo un elettorato sfiduciato da far paura, che sta aspettando un segnale “nuovo”, per non essere costretto a ricadere nella “soluzione dei problemi” attraverso la scelta opportunistica individuale, non pagante in tanti casi o pagante in alcuni casi, parzialmente, ad un costo troppo caro per la propria dignità: lo colgo tutti i giorni sul posto di lavoro, anzi sui tanti posti di lavoro cambiati.
Concordo con il tuo segretario Armando Petrini, quando dice:”facciamo il nostro pezzettino”. Ogni militante è giusto che faccia il proprio pezzettino e, tanti pezzettini formato un percorso che fa il complesso.
Aggiungo: se io mi accorgessi che un certo pezzettino potrebbe rappresentare la sintesi di quel che i nostri potenziali elettori cercano oggi, invano, non dovrei pensarci più di tanto ad aiutarlo a diventare il percorso completo. “Fare bene il proprio lavoro è un atto rivoluzionario” mi pare tu abbia scritto in un precedente articolo, citando Gramsci.
Ti saluto
Domenico
Caro Domenico, grazie per le belle parole che esprimi. A te, come ho già commentato a Paolo, devo molto, senza il tuo aiuto mi riuscirebbe difficile portare avanti un lavoro di questo tipo. Purtroppo a volte l’apprezzamento per le qualità e disponibilità di alcune persone, come noi, avvengono in alcuni luoghi piuttosto che in altri. Ma come diceva qualcuno più grande di noi:”Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Abbiamo deciso di mettere avanti “i bisogni” e dare ad essi delle risposte, perché i bisogni sono espressi dalle persone. Tu sai quanti e quali sacrifici stiamo facendo: energie fisiche, mentali, economiche, anche; ma quest’ultimo non è il nostro “tallone d’achille”. Tu sai che le candidature rispettano altri “giri”, che a volte è difficile capire. Come spesso dico, ritmando Arpino, “La vita o è stile o è errore”. Dove stare? Noi abbiamo deciso che era arrivato il momento di “ritornare” o “andare” là dove eravamo e dove per chissà cosa e chi, ci ritroviamo altrove. Noi no, vogliamo tornare. Oggi è stata una grande partecipazione. Qualcuno stamattina, mi diceva se era stato il caso prendere un giorno di ferie per prendere freddo, dopo aver lasciato la giornata di stipendio per lo sciopero di due giorni fa. Ho risposto loro:” cosa sono i soldi rispetto ai valori?” Oggi è stato bello ritrovare amici, compagni di lavoro e di partito, vedere un Sergio Dalmasso distribuire volantini e avere una parola per tutti, ma soptrattutto, tanto, tanto ascolto. Anche Juri, nonostante il momento di difficoltà è una persona stimatissima: ogni persona che incontravo mi chiedeva di salutarlo. Dai, Domenico. Avanti. ciao e grazie