La giornata di ieri si era conclusa con una tristezza all’interno di un’altra tristezza. Una menzionata, l’altra no. Una tristezza constatare che molti hanno più a cuore uno spettacolo che le prospettive fosche di tante migliaia di lavoratori. Se fosse stata una partita, avrei detto: “50.000 contro 15.000″. Il fatto è che dietro ai 15 mila operai in corteo a Torino si nascondono famiglie, magari monoreddito, che stentano ad arrivare a fine mese. Già la scelta di campo, di stare con gli “amici” e non con gli operai la dice lunga sulla divisione. Poi, una tensione, un attacco, una contestazione, una spinta al leader della Fiom acuiscono la divisione. Pollice su dalla sala di comando. Tristezza in chi come me ha accompagnato questo corteo. Un corteo colorato, vivace, unito fino in fondo. Peccato che anche i cortei conoscano i tempi supplementari. Come le partite. E al 120, non un fischio dell’arbitro, ma un fischio diventato: “Tensione a Torino. Assalto al leader Fiom” (La Stampa, domenica 17 maggio); oppure “Tute blu a Torino, assalto dei Cobas” (La Repubbica, domenica 17 maggio); “Contestato il leader Fiom”, (Liberazione), anche se il titolo più significativo dello stesso giornale è “La Fiat siamo noi”. Peccato, un senso di tristezza mi ha accompagnato lungo il corso della giornata. Per proseguire poi in serata. A Torino “una festa” riesce a portare in piazza migliaia e migliaia di persone”. Una nuova epoca per la tv. La stessa piazza che negli anni ‘70 era colma di operai, per chiedere pane e dignità. E cultura, magari con le 150 ore. Oggi “abbiamo una nuova epoca: digitale terrestre”. Eppure dovremmo preoccuparci se “il 66% dei piemontesi legge almeno un lbro all’anno” (la media nazionale è del 60% nel nord Italia del 67%): dati Istat 2006. Pochino per sviluppare sensibilià. E per stare “dalla parte che soffre”. Ma d’altronde anche la selezione delle candidature, nei partiti populisti e liberisti, non avviene più in base all’educazione famigliare, all’istruzione, alle buone letture, ai principi e adesione a valori: no, avviene in base “all’apparire”. Forse il riferimento a Daniel Bell ci sta tutto (“Le contraddizioni culturali del capitalismo”, citazione riportata alcuni giorni fa su la Repubblica). Gli individui si comportano in maniera diversa, con riferimento ai valori, a seconda che siano produttori o consumatori. Nel primo i valori di riferimento sono lavoro, puntualità, disciplina e altro; nel secondo, i consumatori, ricercano il piacere, a vivere il presente. Il futuro? appartiene ad altri, a chi “partecipa al corteo degli operai”. Il presente è con gli “amici”. Eppure guardando con l’occhio “della crisi”, uno su due ne è stato colpito; sei persone su dieci sono state costrette a ridurre i consumi e ri-orientare i propri vincoli di bilancio. Una spesa mensile esorbitante con il costo dell’affitto che si aggira sui 600-700 euro. Fame di cultura e fame-fame avrebbero dovuto “segnare” con chi stare. Eppure…Il capitale ci ha già diviso: interinali, a tempo determinato, somministrati, cococo ecc. ecc. non creiamo tra di noi ulteriori divisioni e lacerazioni! Con l’amarezza per come si è concluso il corteo, (colgo l’occasione per esprimere solidarietà a Gianni Rinaldini, e all’amico Stefano dell’Inca Cgil di Torino che nessuno menziona, ma rimasto anch’esso contuso) e la serata, oggi decido di recarmi al Salone del libro di Torino. Pagati gli otto euro d’ingresso, incontro uno stand che mi da l’idea di un ritorno alla normalità, alle radici, alla memoria, alla storia: lo stand di slow food. Decido di “rallentare il passo”, fermarmi e chiacchierare. Forse rallentare è doveroso. Soprattutto quando si pensa alla velocità del capitale, capace sempre di dividere. Tutto. Tutti. Ricordiamocene alle urne, nel segreto delle cabine elettorali!!
Noi Uniamo, il capitale divide
17 Maggio 2009 di Romano Borrelli




ciao romano! come sempre hai centrato il problema… la crisi c’è è fa male è il punto cruciale è che sembra che molte persone non se ne interessino, anche se moltissine ne sono colpiti… il fatto è che è più facile non vedere e non fare niente per aiutare qualcuno che tirarsi su le maniche… e soprattutto è più facile non guardare in faccia i problemi, vivendo come si può che fare qualcosa per cambiarli… ed è quello che molte persone fanno… soprattutto tra i giovani… perchè si tende a non vedere il mondo come sta andanado ma vivere in un proprio e a volte anche pensare che sia molto difficile far cambiare le cose, che sia quasi impossibile… ma ci sono persone e persone, e per fortuna ve ne sono molte come te e come tutte quelle che sono andate alla manifestazione di sabato!! che fanno del loro meglio per far andare le cose come dovrebbero andare… il lavoro deve essere a disposizione di tutti!! e dopo tutto la nostra repubblica è fondata sul lavoro, se manca quello cade l’intero concetto di paese, di stato Italiano… spero vivamente che che cose vadano meglio, ma solo provando a cambiarle si può sapere…
con moltissima stima paolo