Haiti. Un Paese con circa dieci milioni di abitanti, la metà dei quali, sotto i diciotto anni. Un Paese devastato da un forte sisma, il 12 gennaio del 2010. Instabilità economica, politica e sociale hanno fatto da collante ad un destino non voluto. Terremoto. Disastro. Elezioni politiche alle porte, almeno fino a un attimo prima dell’accaduto. Un Presidente, René Préval eletto nel maggio 2006, dopo che aveva già ricoperto quell’incarico dal 1996 al 2001, seguito poi da una parentesi del Presidente Aristide. Un Paese con un festival letterario alle porte, artisticamente e musicalmente vivo. In questi giorni abbiamo imparato molto di un Paese a molti sconosciuto. Chi era a conoscenza, o chi lo ricordava, ad esempio, che l’anno scorso quel Paese è stato toccato da ben quattro cicloni? Chi era a conoscenza della presenza della missione per la stabilizzazione dell’Onu ad Haiti? Della presenza di orfani, in migliaia, già ben prima del territorio? Che molti bambini vengono venduti, causa forte disperazione economica e sociale? “Restavek”, o nuovi schiavi o baby schiavi. Proprio La Stampa di sabato 23 gennaio ricordava che ad Haiti “ci sono circa 225 mila Restavek”, per la maggior parte, bimbe che si occupano dei figlie dei benestanti. Fra le tante notizie di questi giorni, grande eco hanno avuto, fino ad un certo momento, le “gang”, sicuramente esistenti ben prima del sisma, (o, “les évènements” termine usato, con un certo pudore dalla popolazione locale; “Viaggio nel Paese fantasma”, Roberto Di Caro). Fino a pochi giorni fa, molti articoli, riferivano di gang saccheggiatrici. Pareva che Haiti fosse in mano a bande delinquenti. Un Paese che, ha visto distrutto il sistema penitenziario, in cui non esistono strutture dove collocare gli incriminati di quel reato, (saccheggio) dove la polizia opera in condizioni davvero precarie. Per molti giorni mi era parsa la notizia regina: dove andranno a finire “i saccheggiatori” colti e arrestati sul fatto in un Paese in ginocchio? Alcuni concetti mi parevano non avere il giusto peso tra le notizie a noi pervenute: solidarietà, aiuto reciproco, decisioni per il futuro. Inoltre, mi era parso che il termine saccheggio fosse inflazionato. Onestamente, non mi quadrava qualcosa. Ho provato a rileggere i quotidiani, e poi l’Internazionale e l’Espresso. Ho provato a contattare il giornalista, e amico, Roberto Di Caro e mi sono fatto raccontare la situazione ad Haiti. Mi è stato confermato che esistono forti gesti di solidarietà tra Haitiani, capaci di dividere quel poco che la situazione contingente offre. Solidarietà e presa in carico anche di figli altrui, questo è il racconto che mi ha colpito di più. Si comprano generi alimentari, (chi può, magari in un mercato eretto tra le strade, e li si divide con i vicini di tendopoli. I figli degli altri, rimasti orfani, diventano propri figli. Anche questa è Haiti. Il concetto di saccheggio, (atto che sicuramente è presente), forse, lo si è anche abusato. La situazione è sicuramente disperata, e distinguere fra il saccheggio e la sopravvivenza non è certamente facile. Per questo ritengo che era bene dosare una certa consapevolezza nell’utilizzo di questo termine. In ogni caso, ho avuto modo di farmi raccontare come si esplica in atti concreti la solidarietà in un Paese, che per molti è afflitto da una maledizione, per altri, un Paese incapace di incidere sul proprio destino.
Infine: lo spiegamento di forze da parte degli Stati Uniti, valutato in migliaia, mi fa pensare ad un “regolamento di conti” in una zona troppo vicina al Venezuela e vicinissima a Cuba. Sicuramente non si fa uso della propria forza per “soggiogare”, ma per “risollevare”, ad ogni modo, un tema antico, ma sempre attuale, prende corpo: “Napoleone liberatore o conquistatore?”
Domani mattina 25 gennaio 2010, su Rai Uno, intorno alle ore nove e un quarto, per cinque minuti circa, si parlerà anche di
questi concetti presenti ad Haiti.
Romano Borrelli







